Skyblade (background)

Skyblade è stato creato dallo Shah Cham'Ponee.
Fu in seguito rubato dalle camere di Yan-C-Bin dagli stessi Duchi dell'Aria di Aaqa.
In un secondo momento, l'artefatto che aveva deciso di lasciare le valli nascoste dei duchi di Aaqa, finisce nei territori che attualmente fanno parte del Grande Regno, ma ai tempi erano solo un distretto dell'impero di Vecna. Vecna dona il pugnale al servitore Acererak, che le custodirà assieme ad altre armi legate agli elementi nella sua White Plume Mountain. Assieme a Skyblade nella montagna erano rinchiusi anche Whelm, Wave e un misterioso oggetto ora in mano a Molbius.
Skyblade fu liberato dalla Montagna secoli fa da un gruppo di avariel e sacerdoti Seldarine, e fu benedetto da loro. Per anni Skyblade è rimasto nella foresta di Adri1.

Skyblade
Era una sera di Fireseek, il primo mese dell'anno, più precisamente era il 13 di Fireseek dell'anno comune 577.
Ricordo bene quella sera perchè durante tutto il giorno era scesa talmente tanta neve che avevo mandato due dei miei ragazzi a fare la rotta fino all'ingresso della taverna e dal Processional fino alle stalle sul retro.
Ero chiuso nelle mie stanze a guardare dalla finestra scene piuttosto buffe di mercanti scivolare su lastroni di ghiaccio cadendo a terra e rovinare i loro lussuosi vestiti nuovi.
Il mio camino era costantemente alimentato per tenere la stanza ad una temperatura degna di una fornace nanesca…
Non avevo una gran voglia di uscire quella sera ma avevo promesso a Vesper che lo avrei accompagnato alla Wheel of Gold a “spennare” un'ondata di nuovi mercanti arrivata in città.
Vesper era il mio più gran confidente, lo avevo conosciuto circa due anni fa quando misi piede qui a Greyhawk la prima volta.
C'era una sorta di fiducia e rispetto nei suoi confronti e penso che fosse la stessa cosa per lui verso di me.
Ci capivamo a prima vista , vuoi per la razza, vuoi perchè avevamo le stesse passioni in comune tra le quali gli ottimi vini, i vestiti e il gioco d'azzardo ma sopratutto le belle donne…
Sentii bussare alla porta della mia stanza e non ci volle un'orecchio nemmeno troppo fine per capire che quel pazzo si era presentato con quattro donne e con un sorriso che a me era parso da sempre come un sorriso “diabolico”.
Quando aprii la porta senza nemmeno salutarmi mi disse:
<questa sera Kay sbancheremo la Wheel in maniera tale che tutti si ricorderanno di noi per il prossimo secolo!!!>
Sorrisi anche perchè lui era profondamente di parola e poi perchè due delle ragazze che aveva portato mi si attaccarono addosso come i tentacoli di una Bestia Distorcente.
Avevo fatto preparare nell'attesa dallo stalliere del Black Dragon Martin il cocchio che solitamente usavo per quelle occasioni, un mezzo che mi era costato un occhio della testa ma che faceva la sua sublime figura col suo nero lucido e con tanto di iniziali battute in oro puro sui lati.
Le porte del quartiere alto si aprirono nel vedere arrivare il cocchio e devo ammettere che provai uno strano senso di colpa nel vedere la guardia cittadina infreddolita lavorare con un tempo così avverso ed in tutta fretta per farci passare…ed io? io ero all'asciutto con due bellissime ragazze, una sacca ricolma di Orbs e un ottimo liquore proveniente da Nyrond assieme ad un grande amico…
Arrivammo alla Wheel of Gold e dopo aver lasciato le mantelle nel guardaroba all'ingresso,

salimmo la scala che da al piano superiore dove svariate decine di persone erano intente a
sperperare gli incassi di alcune giornate di lavoro delle loro attività, probabilmente mesi o anni…
In questa casa da gioco avevo visto gente giocarsi tutto ed alcuni addirittura sparire a fine serata dopo essere stati invitati dai “mastini” del locale a seguirli in un altra stanza.
…questo è il gioco…in tutte le sue sfumature…
Come mi aveva accennato Vesper, in effetti, la stanza era affolata di gente, ma buona parte di questa, era gente sconosciuta, arrivata da poco qui a Grayhawk.
Nel nostro slang questa era una serata definita “polli e oche”: polli perché c'erano svariati ricconi da spennare ai tavoli, oche perchè quando c'era questo tipo di serate questa casa da gioco pullulava di ragazze avvenenti pronte a racimolare svariate monete attaccandosi a questi bavosi ricconi, o presunti tali, spesso più vecchi di loro anche di qualche decina d'anni.
Il tempo di fare un sorriso nel pensiero che le cose non cambiano mai che avevo già perso Vesper, finito ad un tavolo poco più in là a giocare a carte, il suo gioco forte, un gioco chiamato “Vulcano”.
Nella mia vita avevo girato abbastanza per conoscere case da gioco di tutti i tipi e tutte le qualità e di conseguenza avevo conosciuto alcuni giocatori di altissimo livello ma avevo conosciuto anche alcuni tra i più grossi bari della storia del gioco delle carte, ma Vesper… ebbene si, Vesper li batteva tutti, io stesso nel vederlo giocare mi chiedevo quanto potesse diventare un'arte un gioco di carte, quante qualità doveva racchiudere un campione.
Spesso mi raccontava che perdeva apposta per svariati partite, anche somme ingenti per poi vincere quando veramente la posta era di suo interesse o raddoppiava la sua perdita iniziale.
Aveva portato quest'arte a un punto tale che gli attori del Royal Opera House potevano solamente ammirare le capacità recitative di Vesper se solo si fossero accorti che Vesper stava recitando…
Decisi di lasciarlo un po' divertire anche se con un gesto che capivamo solo io e lui mi aveva già richiamato al suo tavolo per fargli da spalla a dare un po' di “mangime al pollame”.
Girai un po' per i tavoli con al fianco Riika e Deira, anche se non avevo capito bene chi era Riika e chi era Deira ma non era la prima volta che mi capitava e comunque non era importante…
Comprai un tavolo per la serata, per la “modesta somma” di dieci Orbs.
Qui alla Wheel of Gold tutto ha un prezzo, anche un bicchiere d'acqua e i tavoli disposti nel perimetro della sala da gioco variano in prezzo a seconda della posizione.
Io ne presi uno di posizione medio-alta e dopo una mezza clessidra da un'ora, un po' annoiato nel parlare con le mie due “oche” mi si presenta un servitore della Wheel of Gold con un messaggio da parte di un'individuo proveniente dal tavolo meno costoso.
Il messaggio era un invito a sedermi al tavolo da gioco centrale, quello delle grandi occasioni, per una sfida a “Soffio di Drago”.

Il regolamento di questo gioco è semplice…vince la carta più alta!!!
Il nome di questo gioco ha due significati, il primo è che chi vince si prende la posta messa in palio dall'avversario e chi perde viene spazzato via dal tavolo come se avesse combattuto con un drago e ne avesse ricevuto il suo leggendario soffio.
Il secondo significato era che il perdente doveva bere il liquore chiamato “Soffio di Drago”, un liquore prodotto da una comunità di gnomi che vive nelle Hellfournaces dal colore rosso carminio.
Un solo cucchiaio di questo liquore causava l'ustione momentanea della bocca e l'impossibilità a parlare per alcuni giorni…ed io un paio di volte avevo visto persone ingerire il Soffio…
Quella del tavolo centrale per il “Soffio di Drago” era una situazione che non avevo mai preso in esame un po' perchè la posta in palio solitamente viene decisa dal tuo avversario e solitamente non era mai qualcosa di inutile o comune e poi perchè chi perde è a tutti gli effetti era sputtanato al pari, se non peggio, della peggior prostituta del River Quartier a Greyhawk.
E' strano ma la prima domanda che ti salta alla mente quando ti viene proposto il “Soffio di Drago” è:
< cosa mi chiederà come trofeo il mio avversario?> seguita dalla seconda domanda:
< cosa potrò prendergli?>
Ce n'è anche una terza ma in quel momento ero ancora lontano dal contemplarla:
< quanto male farà il Soffio di Drago nel buttarlo giù nello stomaco?>…
…beh se poi ci si aggiunge che tutta la gente che viene dalle Hellfournaces mi sta tremendamente sulle palle dato il bel carattere che si ritrovano…allora più di un dubbio mi vorticava in testa nell'accettare di partecipare a questo gioco.
Mentre ero assorto nei miei pensieri vedevo che l'individuo mi scrutava senza battere ciglio.
L'altro motivo che faceva tentennare nella scelta era il fatto che io non sapessi completamente nulla del mio avversario e questa come in tutte le cose era una situazione che non mi piaceva affatto.
Qualcosa mi attraeva in questa assurda situazione mi sembrava di sentire un richiamo nell'accettare da qualcosa che portava con sé.
Accettai con un cenno del capo e alzandomi mi andai a sedere al tavolo centrale.
Era un tavolo di solida quercia probabilmente aveva alcuni decenni e Nerof Gasgal, il propietario nonché Lord Major di Grehawk, mi aveva sempre raccontato che il tavolo era stato costruito dal padre dei suoi nonni quando si trasferirono in città a cercar fortuna come falegnami.
Nerof lo aveva tenuto come simbolo, un oggetto unico e come tale doveva ospitare le partite uniche, quelle delle grandi poste in palio.
Il tavolo metteva di fronte i due avversari ad una distanza ravvicinata poichè non era tanto grande e di forma quadrata.
Nel sedermi notai che il legno era segnato e aveva dei graffi, graffi che probabilmente erano stati

fatti dai contendenti nell'attesa dello scoprire chi aveva la carta più alta.
Cercavo di aprire i cassetti della memoria per capire se avevo già visto questa persona ma nulla, nulla mi saltava alla mente.
Pensai solo in un secondo momento che in effetti questo individuo poteva benissimo essere sotto un'incantamento che ne cambiava le sembianze, in fondo anch'io lo avevo fatto alcune volte…
Si alzò dal suo tavolo e venne verso il tavolo di quercia con un bicchiere di vino bianco.
Scostò la sedia da sotto il tavolo e prima di sedersi porgendomi la mano si presentò come Arlan di Gradsul, una cittadina di Keoland.
Si sedette, era un uomo sulla trentina passata da un pezzo, capelli mori legati in una coda e occhi scuri, non aveva particolari segni che mi facessero capire se era stato un militare, un avventuriero o un mercante, forse era un figlio di papà e voleva giocarsi qualcosa di appartenente alla sua famiglia… non mi dava nessun indizio e anche se gli avessi chiesto della sua provenienza avrebbe potuto mentire senza che io ne avessi la controprova.
Era vestito finemente con un abito pesante di colore blu ricamato con fili d'argento.
Mi chiese senza mezzi termini e con voce decisa di volere qualcosa che mi apparteneva, il “Cubo di Forza”…
Mi spiazzò…sapeva addirittura che oggetto portavo con me e la situazione che prima non mi piaceva ora detestavo.
I clienti della Wheel of Gold come da prassi in queste occasioni abbandonavano i tavoli da gioco per disporsi in cerchio attorno al tavolo del Soffio di Drago.
Non volevo togliere lo sguardo dal mio avversario, non volevo dargli questo vantaggio morale ma lui era imperturbabile, vidi anche con la coda dell'occhio che Vesper si era fatto largo tra la gente fino ad arrivarmi al fianco ma non disse nulla per non rompere l'atmosfera.
Sapeva quanto rischiavo, un oggetto, il liquore e la fama, una posta che lui, freddo calcolatore e assassino in carriera quale era, non si sarebbe mai giocato.
In questo eravamo diversi.
Venne il mio turno nella scelta dell'oggetto appartenente ad Arlan e non so per quale strano motivo sentivo una strana attrazione provenire dal fianco del mio avversario.
Gli indicai il fianco perchè l'attrazione proveniva da quella direzione ed era diventata una sorta di richiamo, sentivo una strana voce chiedere libertà.
Il suo viso imperturbabile sebrava aver lasciato spazio ad un espressione vagamente
stupita.
Dissi deciso:
<voglio lei…voglio la tua arma qui su questo tavolo, adesso altrimenti te ne potrai tornare da dove sei venuto…>
Slegò dalla cinta il fodero che conteneva l'arma e la mise sul tavolo.

Una daga molto sottile e fine di una fattura straordinaria era ora sotto gli occhi di tutti.
Molti come del resto anch'io rimanemmo per svariati secondi a guardarla per quanto era bella.
Arrivò il caposala che chiese spazio alla piccola folla che si era formata.
Giunto al tavolo appoggiò i due oggetti che mi avrebbero cambiato la vita nel bene o nel male per i giorni a venire…il mazzo di carte e un bicchiere di liquore color rosso piuttosto denso.
<Silenzio!> urlò il caposala facendo tornare al silenzio il brusio che si era creato aumentando di pari passo con l'ingresso in gioco della magnifica daga.
Io ed il mio avversario continuammo a guardarci fissi negli occhi.
In un certo senso volevo anche memorizzarmi la figura, il volto o alcuni dettagli di questo fantomatico Arlan di Gradsul perchè se questa fosse stata la sua vera natura lo avrei riconosciuto a prima vista senza sbagliarmi in futuro.
Qualcosa mi diceva che un giorno o l'altro le Flanaess ci avrebbero rimesso di nuovo di fronte.
<Signori accettando di sedervi a questo tavolo accettate tutte le regole di Soffio di Drago?> continuò il caposala con fare teatrale ma deciso.
<Si!>, rispose lui con voce calma e pacata…
<Certo>, dissi io aiutandomi con un cenno del capo in segno di assenso.
Mi sforzai di avere la voce più tranquilla possibile perchè almeno la guerra psicologica non la volevo perdere, mi stavo giocando tutto.
<Bene, allora scegliete una carta da questo mazzo e appoggiatela sul tavolo>
Feci un gesto ad Arlan come a farlo scegliere per primo, in quel momento non pensai se era un vantaggio o no.
Arlan prese una carta e senza guardarla la mise a faccia in giù sul tavolo.
Io feci lo stesso.
E' difficile spiegare che cos'è l'adrenalina, sopratutto quella provocata dal gioco; ho incontrato svariate creature e sono uscito da posti e situazioni veramente difficili nella mia vita ma nulla e dico nulla è più forte di questo conglomerato di emozioni.
L'attesa saliva ogni attimo sempre di più
Io e Arlan continuavamo a guardarci negli occhi…
Mi sarei voluto alzare per scaricare la tensione ma non potevo, ora dovevo andare incontro al mio destino e prendermi la responsabilità della scelta di accettare giocare.
Passarono un paio di minuti e mi sembrarono un'eternità.
Il caposala chiese ad Arlan di voltare la sua carta.
La mia percezione ai particolari mi fece accorgere che trasse un bel respiro prima di voltare la carta, segno che anche lui si stava giocando molto o forse tutto.
Il mazzo era composto da dieci carte numerate più la matta che valeva undici.
Voltò la carta …6…

Per me fu un brutto numero forse perchè preferivo avere già un piccolo verdetto dalla sua carta,
con un suo due o tre avrei avuto buone possibilità di vincere al contrario con un suo otto o nove le probabilità si riducevano esponenzialmente.
Ed invece un 6…
Devo ammettere che la mano cominciò inconsciamente a tremarmi nel muoversi verso la mia carta.
Avevo tutti gli occhi puntati addosso, li sentivo più che vederli.
Girai la carta con uno scatto del polso quasi a schiacciarla sul tavolo di quercia a scaricare la tensione accumulata…
…7…
Le urla si alzarono forti, sentii una mano stringermi la spalla, era quella di Vesper che aveva vissuto ogni mio istante senza battere ciglio.
Quando vide il 7 Arlan chiuse per tre secondi gli occhi e sospirò.
Con la mano destra presi il Cubo per mettermelo in cintura e con la sinistra avvicinai la daga a me.
Fatto questo mi alzai presi il bicchiere di Soffio di Drago e glielo porsi.
Lui nel prenderlo rimase a sedere guardandomi dal basso verso l'alto covando odio verso di me senza darlo nell'occhio anche se io lo percepii fortemente.
<Bene sir Kay avete vinto ed io pago i miei debiti> e d'un fiato mandò giù il denso liquido rosso.
Si trattenne dal fare una smorfia, mi guardò un'ultima volta e alzandosi se ne andò dalla Wheel of Gold.
Ora ero sicuro che non sarebbe stato un addio.
Il gioco era stato interrotto anche per troppo tempo rubando di fatto dei soldi alle entrate di Nerof Gasgall cosa che Vesper non voleva minimamente.
Aveva gia fatto preparare il mio cocchio e tirandomi per un braccio col suo sorriso “diabolico” mi disse:
<hai gia avuto fin troppa fortuna questa sera , hai avuto anche il tuo attimo di notorietà ma ora andiamocene al più presto non voglio essere chiamato a rapporto domani dal “Grande Leone”, vieni Kay>
Grande Leone era il termine con cui chiamavamo Nerof Gasgall ed era riferito al fatto che una sua sola parola, il ruggito appunto, poteva metterti in seria difficoltà in città per il resto dei tuoi giorni.
Effettivamente prima ce ne andavamo e prima sarebbe tornato tutto alla normalità
Presi la daga e lasciai il tavolo giurandomi che questa sarebbe stata la prima e l'ultima volta che mi ci si sarei seduto…
Salimmo in fretta e furia sul cocchio che partì alla volta del Black Dragon senza nemmeno accorgerci che avevamo lasciato le “oche” al guardaroba, ma poco importava, si sarebbero rifatte

vive qualche giorno più tardi.
Vesper mi lasciò all'ingresso del Black Dragon dicendomi che aveva due-tre cosette da sbrigare.
Andai spedito nelle mie stanze e mi chiusi dentro ripristinando le protezioni magiche dietro di me.
Temevo che qualcuno sarebbe venuto a farmi visita quella stessa notte.
Tirai fuori la daga e la appoggiai sul letto, quasi fosse una bellissima donna e mi misi guardarla esterefatto.
La voce che avevo sentito chiamarmi alla Wheel of Gold mi parlò di nuovo:
<Io sono colei che regna nel cielo, la regina di tutti i venti la signora della volta celeste, la madre incontrastata dell'elemento dell'aria… io sono Skyblade.>
Alla pronuncia di questo nome una deflagrazione di vento sbalzò Kay a terra che dolorante si rialzò subito in piedi pronto ad affrontare una qualsiasi sorta di nemico.
Ma quando riuscii a rimettere a fuoco la vista davanti a me non mi si parò chissà quale creatura immonda bensì una cinquantina di minuscoli folletti diversi gli uni dagli altri alti circa una spanna composti di aria vagamente bianchi.
Ognuno aveva in mano un cimelio della stanza di Kay, alcuni se li lanciavano tra di loro non riusciendo poi a prenderli al volo e facendoli rompere al contatto col pavimento della stanza.
Tutti facevano un gran baccano con le loro voci bianche ma non sembravano ostili, piuttosto scherzosi e irriverenti.
Kay urlò a tutti quegli esseruncoli impugnando Skyblade di tornarsene da dove erano venuti e questi stranamente obbedirono correndo contro la lama della daga e scomparendo al suo interno.
Kay strinse Skyblade e guardando il cielo attraverso la finestra, che continuava a far cadere fiocchi di neve, capì che da quel momento la sua vita non sarebbe più stata come prima.

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